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L'Abbé Alexandre Bougeat
Il critico letterario
Il giornalista
Universitas vitae
Costellazioni di parole senza confini
Le passioni del letterato per la buona tavola



Costellazioni di parole senza confini


Itinerari senza frontiere


La poesia italiana

Tutto il secolo XIX è caratterizzato da un fenomeno storico-letterario che si chiama Romanticismo. Si tratta di un vasto processo di trasformazione che ha rivoluzionato la poesia, il pensiero filosofico, la stessa visione della vita e soprattutto il concetto dell’arte, ed ha avuto vari e complessi legami con gli eventi storici di tutta l’Europa. Il Romanticismo assunse volti diversi a seconda delle personalità dei suoi esponenti, dei luoghi dove sorse e si diffuse e dei vari momenti del suo sviluppo. Nato come critica dei principi dell’illuminismo, rifiutò la concezione del mondo fondata sulla ragione: rivalutò invece il valore del sentimento, la forza creatrice della passione, il bisogno di evasione dalla realtà in un mondo fantastico esclusivo e personale. Contrappose alla razionalità illuministica il valore dell’irrazionale, difese il principio di nazione ed esaltò l’individuo. Questi principi generali hanno assunto proporzioni e accentuazioni diverse nelle varie interpretazioni degli artisti; e se, in alcuni si riscontra una perfetta armonia tra il sentimento e la ragione e si concilia l’esigenza di rinnovamento con il rispetto dei valori tradizionali, in altri sentiamo prevalere o l’una o l’altra delle suddette tendenze, ingigantite in forme morbose ed eccessive. Non è difficile seguire nei caratteri tipici del Romanticismo, i valori di autentica scoperta e i germi di generazione

Ugo Foscolo: con A Zacinto la nostalgia per la patria si stempera in una visione di pura bellezza.
Alessandro Manzoni: Marzo 1821 sottolinea l’universalità della battaglia ideale che il Manzoni conduceva contro tutti gli oppressori, per la libertà di tutti i popoli.
Giacomo Leopardi: A Silvia - Silvia è l’adolescenza sorridente e sognante, è la speranza e l’illusione della felicità.
Giuseppe Giusti: in Egoismo politico, l’uomo di parte è sempre identico in ogni tempo e in ogni situazione: pronto a servirsi di tutti a suo vantaggio, a voltar le spalle ad amici e parenti se questi ostacolano il suo unico fine, l’ambizione personale.
Giosué Carducci: in Sogno d’estate i due temi cari al Carducci , gli affetti familiari e la nostalgia della Maremma si fondono nel sogno, in un’atmosfera di trasfigurazione.
Giovanni Pascoli: Gesù, bellissima e intensa è la conclusione di questa poesia: la fede dell’innocenza, l’amore universale, l’accettazione del proprio destino in nome di un principio superiore.
Gabriele D’Annunzio: nel volo di Icaro l’autore ha visto la ribellione orgogliosa di chi non vuole riconoscere i propri limiti al proprio operare e guarda gli altri con disprezzo. Guido Gozzano: in La più bella favola, ironia e malinconia si fondono nella spassosa invenzione dell’isola Non- Trovato, una terra misteriosa che tutti cercano: i potenti per fondarvi un impero, i pontefici per farne terra di missione, gli uomini comuni per trovarvi una irraggiungibile felicità, ma nessuno riesce a rintracciare, perché appare e scompare, come tutte le immagini di sogno , alla realtà deludente.
Giuseppe Ungaretti: nella poesia Tramonto le parole “oasi” e “nomade” sono usate in senso figurato; il poeta vuol rappresentare le speranze di pace che si destano in chi vaga in cerca d’amore, guardando il colore tenero e dolce del cielo.
Eugenio Montale: in Felicità raggiunta la consapevolezza stessa della sua fragile vita incrina la capacità di goderla pienamente.
Umberto Saba: in La Greggia il poeta vi vede un simbolo a lui familiare: quello di coloro che sempre hanno peregrinato per il mondo, portandosi dietro il loro destino di dolore, fra l’incomprensione e l’indifferenza di tutti.
Vincenzo Cardarelli: in Ajace, l’eroe omerico rappresenta per il poeta il simbolo del soldato in senso universale
Salvatore Quasimodo: in Rifugio D’uccelli notturni il poeta si sente come quell’albero, intento ad ascoltare e ad interpretare il mistero della vita e pronto a trasformare in canto, nell’oscurità silenziosa, tutte le voci che, come la sua attendono una risposta.
Cesare Pavese: in I Mari Del Sud, una poesia-racconto dove campeggia il ritratto del cugino emiliano, il “gigante vestito di bianco” che ha saputo realizzare i vagabondaggi lungo le strade del mondo, che ogni ragazzo sogna.
Elio Pagliarani: in I Gogliardi delle serali il poeta dirige il suo impegno di lavoro verso la ricerca di una poesia aderente ai nostri tempi, portando avanti il discorso sulla realtà sociale.

La poesia francese

La Francia ha un posto di primo piano nella cultura europea dell’ Ottocento e ha espresso personalità e fenomeni letterari che hanno irradiato la loro influenza sulla poesia di tutto il mondo. Il Romanticismo presentò una grande varietà di toni e di temi da autore ad autore: dalle accensioni passionali e patriottiche al pessimismo filosofico, dalle raffinatezze formali alle estasi mistiche. Dall’origine romantica derivarono numerose nuove ricerche e tendenze, in rottura col passato; un’aspirazione verso la Bellezza, intesa come ideale senza tempo, che l’artista cercava di raggiungere non solo nell’opera ma in ogni atto della vita, un tentativo di “esprimere l’inesprimibile” mediante la parola-immagine, sentita come puro suono musicale. Questo ideale estetico ebbe una risonanza mondiale e diede un sigillo di marca francese alla poesia successiva di tutto il mondo fino ai nostri giorni. Cominciò tra le due guerre e non è ancora conclusa la reazione al gusto del bello, dello squisito, dell’eccentrico, in nome di più sostanziosi contenuti e di modi espressivi più liberi. E se in un primo periodo gli accenti di rivolta e la volontà di rinnovamento si sono ancora imbevuti di intellettualismo, il bisogno di aderire alla problematica attuale ha impresso alla poesia un “impegno” morale e civile che la lega strettamente all’evoluzione storica della società.

Nell’Autunno di Guillaume Apollinaire si avverte un senso di estenuata dolcezza, un morbido abbandono ad una tristezza acuta e nello stesso tempo affascinante, una compiacenza di lacrime e di attesa di un indefinito morire. I versi di Apollinaire hanno una profonda suggestione unita a volte ad un’oscurità che lascia spazio ad interpretazioni ambigue e soggettive.

Le Melagrane di André Gide sono un dono per tutti, sparse a profusione sulle stuoie del mercato, a portata di ogni mano. Ma la loro bellezza ha smalto policromo, la geometria perfetta, la ricchezza di promesse di un gioiello prezioso fatto di sostanza vivente. La poesia nasce da un’osservazione appassionata e da un giusto squisitamente letterario, che si esalta in un gioco di analogie, sempre più raffinato di verso in verso e compiaciuto di sé e della sua perfezione espressiva.

L’albatro di Charles Baudelaire: il grande uccello del mare che accompagna dall’alto il cammino delle navi sui profondi abissi dell’oceano, è una creatura nata per la libertà e per le vastità immense dello spazio. Così il poeta; entrambi se resi servi della terra, privati di quelle tempeste che li fortificano, diventano misere cose di carne, svuotate di ogni bellezza e di ogni forza. Condotta sul tessuto di una similitudine, la poesia rivela il travaglio del poeta, che riconosce nel suo bisogno di solitudine le ragioni della sua superiorità e insieme del suo tormento. E’ questo un motivo romantico, che il poeta francese recupera e trasforma in termini vivamente moderni, sia per il linguaggio musicale ed allusivo, sia per la rigorosa e lucida obiettività con cui egli rappresenta la sua angoscia di uomo e di poeta.

L’ottimismo di Paul Eluard proclama la sua fede nell’uomo, certo che il naturale nocciolo di razionalità presente nella natura umana emergerà nelle generazioni future. I figli sapranno ricostruire quanto i padri hanno distrutto o non hanno saputo portare a termine. La vera società, “ di tutti gli uomini” è ancora da edificare, ma c’è qualcosa nell’uomo, una profonda forza d’amore, una capacità di “reinventare” tutto di nuovo,ricominciando da capo, che dà al poeta fiducia nel futuro.

Contro il disimpegno di chi considera onesto solo interessarsi dei fatti propri, Jacques Prévert ammonisce ogni uomo e ogni donna a prendere coscienza della grave responsabilità che pesa su ogni cittadino. Non si può dare la colpa della guerra solo a chi governa e dirige le sorti di un paese: tutti siamo responsabili di ciò che accade a ciascuno di noi e al mondo intero, e se siamo sordi alle esigenze della comunità in cui viviamo, se le madri continueranno a lavorare a maglia e i padri si occuperanno esclusivamente dei loro affari, i figli sempre saranno chiamati a combattere e a morire.

Nel medesimo giornale, cioè nella stessa città, o nello stesso mondo, emergono contrasti di condizione, disuguaglianze profonde, assurdità di comportamento tra uomo e uomo, che offendono chi come il poeta Raul Follerau, crede nela parola di fraternità proclamata da Cristo, così come offendono tutti coloro che aspirano ad un mondo giusto e civile.

Gli uomini di oggi hanno bisogno di tempo, perché il mondo va sempre più in fretta e affari, interessi, svaghi, il necessario e il superfluo, spingono, urgono, dominano e distruggono. Il poeta Michel Quoist fa un efficace ritratto, ben ritmato sul polso frettoloso della nostra civiltà, di tutto l’andare e venire degli uomini che si lamentano e si giustificano perché non sanno trovare l tempo per i rapporti umani, il dovere di ricordare gli impegni più alti a cui ciascuno è chiamato, ed esorta se stesso e gli altri a riconoscere il vero valore del tempo, che si misura sui problemi dello spirito, anziché su quelli materiali.

La poesia tedesca

La grande stagione romantica aveva visto nascere nei territori di lingua tedesca e diffondersi in Europa e nel mondo una nuova parola sganciata dalla tradizione, ormai stanca e vuota, dell’imitazione classicista, e aveva trovato in Wolfgang Goethe la massima altezza d’arte e il perfetto equilibrio tra il vecchio e il nuovo.
Dopo il tramonto del movimento romantico, la poesia tedesca esitò a lungo fra il ritorno al mito e alla leggenda popolare, l’attrazione verso il mondo reale con le sue bellezze e le sue inquietudini e il richiamo verso valori religiosi, intesi sia come mistico viaggio dell’uomo verso Dio, sia come presenza divina nelle cose del mondo ed in particolare nella voce dei poeti. Nel periodo delle due guerre, i poeti tedeschi si fecero interpreti dell’angoscia di una generazione che vedeva cadere le sue convinzioni e le sue speranze, travolte dalla violenza.Poi parlarono i cannoni e le mitragliatrici, il nazismo impose un tragico silenzio alla coscienza della Germania, e la poesia tacque. Si risvegliò alla fine del II conflitto mondiale insieme con il bisogno di rinascere, attraverso una chiara scelta morale, dal crollo della sconfitta. Voci risentite di rifiuto e di accesa protesta si levano dalla ultima generazione, per condannare i vecchi fantasmi della Germania dominatrice. Queste voci ricordano agli uomini d’oggi (tra i quali molti ancora sono legati a un minaccioso nazionalismo) un peso che ogni uomo responsabile si sente gravare ancora addosso: il genocidio, ultimo frutto del mito insensato di supremazia dell’uomo tedesco su tutti gli altri.

L’amore per il paesaggio è un carattere permanente dell’anima tedesca. Nelle parole di Joseph von Eichendorf l’uomo ama isolarsi dal frastuono delle città, ascoltare i colloqui delle piante con la terra, dare consistenza di fiabe ai propri sogni indeterminati, compiacendosi di fermare per un istante il senso della vita che fugge.

La malinconica storia della splendida Loreley che incanta e attrae i naviganti e li trascina negli abissi del mare, appartiene al patrimonio dei miti popolari tedeschi. Molti poeti dell’800 li raccolsero e trascrissero in versi, apparentemente semplici ma elaborati in realtà con arte raffinata come quella di Heinrich Heine.

Il poeta Rainer Maria Rilke canta la dolcezza della notte e sente il passare del vento tra le case come il passo silenzioso di un bimbo. Un’atmosfera magica e incantata scaturisce dalle immagini e dalla tenuità delle parole.

Per Hermann Hesse la nebbia che isola le cose e ne sfuma i contorni, opponendo un velo di mistero allo sguardo dell’uomo, è un simbolo facilmente leggibile: la vita è carica i segreti che non sempre si lasciano decifrare; ogni uomo è solo nella fatica, spesso vana, di alzare il velo.

I testi di storia attribuiscono il merito delle grandi imprese agli dèi, agli eroi, ai monarchi. Ma l’uomo comune si pone una domanda comune, che tuttavia costituisce un modo nuovo di considerare la storia: e i popoli, la gente di tutti i giorni non hanno posto nel libro della Storia? Dove sono gli schiavi che hanno trascinato le pietre per innalzare mura, monumenti e palazzi? Dove sono i nomi dei morti che la guerra si prende? Nessuno ricorda i pianti delle madri e dei figli, le sofferenze degli umili che eseguirono i grandi piani dei grandi uomini? Ogni pagina della storia, sostiene Bertolt Brecht, contiene una domanda e in questa domanda una protesta accorata e un ammonimento da non dimenticare.

La poetessa ebrea Nelly Sachs ha vissuto di persona la tragica sorte del suo popolo e l’ha espressa con distacco nella sua poesia. Se all’inizio l’accento è di una accusa storicamente precisa, il discorso nel suo complesso ha una grandiosità biblica che collega il presente al passato nel tragico destino di Israele, L’elemento di unione è la sabbia, realistico e simbolico insieme, quella sabbia che dall’antico Sinai il popolo ebreo si portò dentro le scarpe fino al giorno in cui le scarpe non servirono più, sulla soglia del forno crematorio.

Hans Magnus Enzensberger, il poeta più „impegnato“ della Germania contemporanea non ha solo canti di disperazione e di rivolta, ma sa guardare con animo commosso le cose belle che la natura ha sempre offerto a sollievo dell’umano penare. I ciliegi sommersi nella neve hanno perduto la loro sostanza, la loro materia; sono un tenue disegno bianco che a stento si distingue nel totale candore, come un esile ricordo di mani accarezzanti.

Il discorso di Horst Bieneck si ricollega a quello di Brecht e di Enzensberger nel tono di ammonimento, nella rigidezza morale, nell’impegno di mettere in guardia le generazioni presenti e future affinché non ricadano negli errori storici e politici del passato. La stampa, che in una democrazia autentica è strumento di giustizia e di libertà critica, diventa un’arma pericolosissima di potere quando è al servizio dei tiranni. I giornali manipolati dalle dittature rendono le masse cieche, impotenti, incapaci di scegliere e di autogovernarsi. I giovani devono saperlo.

La poesia inglese

La poesia inglese ha toccato vertici di perfezione nel periodo romantico e ha escluso i pericoli del culto astratto della bellezza, rinvigorendo il suo canto con la sensibilità per gli ideali morali e sociali, di libertà, di giustizia, di fratellanza. Ne abbiamo una testimonianza nelle battaglie ideali di poeti come Byron, Elisabeth Browing, ecc. per l’indipendenza italiana. In seguito, le speranze in un rinnovamento del mondo si affievolirono e si spensero e, nel clima del I e del II conflitto mondiale, sui canti ottimistici dell’attesa prevalsero quelli pessimistici della malinconia, dell’angoscia, della protesta arrabbiata, che sono sfociati nel grido di rivolta iconoclasta degli Angry Youngh Men e dei poeti beat e pop.

Nella contemplazione pensosa della bellezza che oggi risplende luminosa, il poeta Percy Bysshe Shelley avverte il presentimento del tramonto: la felicità è breve, fragile la gioia: dopo il tenue lampo giocondo, ci attende il buio dl disinganno.

Il poeta Samuel Taylor Coleridge sente il ritorno della primavera come un canto d’amore universale, che scaturisce, impetuoso e dolcissimo, da tutta la natura concorde.

Nelle parole di Robert Browning la visione ottimistica della vita si traduce in un canto di lode a Dio percorso da un sottile filo di gaiezza. Questa vena di sorriso riporta alla mente l’innato humour inglese presente anche nelle situazioni più inconsuete e nei personaggi più austeri.

George Gordon Byron amò l’Italia e vi soggiornò a lungo. La sua anima sensibile restò soggiogata dal culto della Vergine, alla quale ha innalzato un dolcissimo canto.

Nella poesia racconto di Wistan Hug Auden l’amara storia della coppia di ebrei perseguitati dai nazisti e respinti ed esclusi anche da tutti coloro che a parole sono pronti a proclamare la loro comprensione, è chiara e toccante. La poesia di Auden s’inquadra nel clima della II guerra mondiale; vi freme l’angoscia dell’uomo che ha visto prevalere la violenza, la malvagità, l’insensato razzismo.

Un’altra tirannia minaccia il mondo d’oggi: la macchina. Serva e collaboratrice dell’uomo nell’alleviargli le più gravose fatiche, non dovrà mai prevalere e trionfare sui valori dello spirito. Il poeta David Herbert Lawrence rifiuta questa ipotesi e immagina un favoloso ritorno alla natura, rifugio e conforto di una società compressa dall’automatismo.

Viviamo senza sapere nulla, senza certezze - sostiene Philip Larkin. L’uomo, che ha costruito strumenti perfetti, di estrema precisione, non sa più le cose elementari, quelle della natura; e così si avvia egli stesso a morire, senza sapere perché.

La poesia russa

L’Ottocento è stato il grande secolo della letteratura russa. Gli scrittori e i poeti di questo periodo hanno indicato strade di ricerca che ancora non sono esaurite né totalmente esplorate. Dopo il grande il grande Puskin che ha interpretato, si può dire, tutte le istanze dell’uomo e della società (la pena individuale, la fantasia popolare, le condizioni storiche), rispettando le tradizioni e nello stesso tempo indicando nuove prospettive al popolo, la poesia russa ha seguito gli orientamenti della cultura occidentale, piegandoli però e adattandoli alle proprie esigenze e speranze. Nel passaggio storico dall’assolutismo monarchico alla democrazia popolare, la poesia è diventata arma di rivoluzione, canto epico della rinnovata coscienza del popolo. E tale è rimasta ancora, oggi, pur avendo altri e diversi avversari: non più la classe aristocratica ancorata ai suoi privilegi, ma l’alta burocrazia sovietica, che vorrebbe imporre silenzio alle voci di protesta di quanti, nel mondo comunista, chiedono libertà per l’arte.

Nel centro della città di Pietrogrado (Leningrado) si innalza il monumento al fondatore, lo zar Pietro I, il Grande. La sua figura gigantesca, nelle parole di Aleksandr Puskin, domina il paesaggio sconfinato di acque e pianure e riassume la storia di lotte e di lavoro del popolo russo.

La storia del villaggio, dimenticato dal padrone nelle mani di amministratori e intendenti disonesti, nasce dalla vita autentica del popolo e ha il ritmo di una ballata popolare. Nikolaj Alekseevic Nekrasov rivela qui la sua natura di giornalista, attento alla cronaca dei fatti e ai problemi sociali che vi sono impliciti.

Nell’abbandono alla contemplazione,il poeta si compiace di scoprire, sotto l’apparente nitore delle superfici, i segreti languori, le sottintese tristezze, i presentimenti della prossima fine. C’è nello stile di Fedor Tjutcev un vigore classico che sorregge certi cedimenti ad una sensibilità quasi malata. La parola è precisa, priva di retorica, ma preziosa nella sua ricchezza di significati.

La primavera dà a Boris Pasternak un senso si smarrimento. Le piante, gli spazi, le case, sono scosse da un tremito di stupore. Sulla sera grava un senso di attesa di qualcosa di sterminato e di incomprensibile, passato nell’aria per sbalordire l’indifferenza degli uomini.

Negli anni in cui venivano emergendo in Russia i segni ancora acerbi dell’imminente rivoluzione, Aleksandr Blok si faceva interprete delle ansiose richieste della classe popolare, alla quale si sentiva vicino nono tanto per ideologia politica, quanto per sensibilità umana. In questa poesia, egli vede la fabbrica come un luogo sinistro, disumano, dove gli uomini sono ombre senza volto, dalla schiena piegata in una fatica che non dà nessuna gioia.

Poeta nato nella rivoluzione, Sergej Aleksandrovic Esenin visse drammaticamente il contrasto fra la sua natura di contadino radicato nelle tradizioni e la sensibilità di un uomo moderno consapevole dei problemi della società nuova nascente. Egli non seppe trovare equilibrio tra le due forze opposte che lo dilaniavano: ora si lasciava trasportare da un entusiasmo rivoluzionario delirante, ora precipitava nello scoraggiamento più disperato:un’eco di questo profondo travaglio viene a noi dalla seguente poesia.

Yuri Daniel è stato processato e incarcerato per critiche al regime comunista. Questa condanna, avvenuta in epoca di “disgelo”, ha sollevato l’indignazione del mondo contro la violenza fatta alla libertà di pensiero e di espressione. In questi versi, il poeta dichiara, non davanti a un tribunale ristretto, ma davanti a tutta la Russia, il suo amore per la sua terra, e la sua innocenza.

La poesia spagnola

L’anima della Spagna ha espresso nei suoi poeti i motivi eterni del dolore e dell’amore umano: la bellezza della terra di Spagna, la storia dei suoi grandi fiumi, la sofferenza e il rimpianto della libertà perduta, l’angoscia della guerra civile, degli odi che dividono, dell’esilio come unico mezzo per sopravvivere, la presenza dell’idea della Morte. E’ una poesia suggestiva e mordente, che alterna toni dolcissimi a frustate rabbiose di potente rivolta.

Juan Ramon Jimenez cerca di trasferire in parole di raffinata musicalità le voci interiori che risuonano confusamente nell’uomo. La sua poesia è come una musica che invita a meditare sulle angosce, le speranze, i turbamenti, le tensioni dell’uomo d’oggi. Attraverso metafore non difficili da interpretare, egli ci parla del suo travaglio in cerca di una verità che sempre gli sfugge, di una pace interiore che non trova, di un’ansia continua tra il tempo che scorre e il suo bisogno di eternità. E a questo tormento si aggiunge il peso di un’irrimediabile solitudine.

Anton Machado ha spesso cantato i grandi fiumi di Spagna. Ma qui il fiume è soltanto il pretesto per un canto triste che abbraccia sia il torpore della terra e delle città spagnole, sia il desolato destino di povertà e di rassegnazione del popolo contadino.

Leon Felipe sa che gli uomini cercano ben altre cose, ricchezze, beni , potere, e disprezzano la poesia. E si sente orgoglioso di questo unico patrimonio, ereditato dalle più lontane radici della sua terra: il canto.

José Agustìn Goytisolo invita gli stranieri che vanno ad ammirare le bellezze della sua terra, a non fermarsi alla superficie che offre stupendi paesaggi e una vitalità artificiosa e apparente, ma a cercare di comprendere la realtà spagnola nella vita di tutti i giorni e soprattutto negli occhi muti e nel pianto nascosto di quanti ancora non si sentono liberi nella loro patria.

Pablo Neruda, il poeta cileno che amò la Spagna come una seconda patria

La poesia greca

La letteratura della Grecia moderna nacque insieme con l’indipendenza nazionale, nella prima metà dell’Ottocento e nel suo primo secolo di vita accolse le influenze delle altre letterature romantiche europee, specialmente di quella italiana. Nel 1888 il poeta Psicharis sollevò con una sua operetta, per altro di non grande rilievo, il problema della lingua greca moderna, che egli voleva più vicina alla comprensione di tutti, non più legata al culto del purismo arcaico. Cominciò così ad affermarsi la “lingua demotica”. Le voci più autorevoli della lirica greca appartengono al nostro secolo. Kavafis, Seferis, uniscono al culto della tradizione classica la sensibilità per i problemi di oggi. Nelle loro opere è sempre presente il legame con gli antichi miti classici, che sono però interpretati in senso attuale, adattati metaforicamente alle angosce umane di sempre. Le recenti sventure politiche della Grecia, precipitata nella dittatura militare, hanno dato nuove prospettive al canto dei poeti, che, perseguitati, imprigionati o in esilio, vanno denunciando al mondo, con tono alto di sdegno e di dolore, la crisi della libertà.

Il mito dei Troiani assume nella poesia il valore di un simbolo di sconfitta, di rinuncia; il crollo di Troia, lo sforzo impotente di Ettore si ripetono ogni volta che un uomo si sente costretto a cedere ad una forza soverchiante. E la paura, scrive Kostes Kavafis ogni grande paura che arresti gli sforzi generosi dell’uomo, si presenta come il terribile grido d’Achille omerico oltre la trincea.

Prima di passare nettamente all’opposizione, Giorgio Seferis ha dimostrato il suo sdegno contro la dittatura, appartandosi nella sua casa di Atene e qui meditando, fra le persone e le cose a lui care, su se stesso e sul destino dell’uomo. I suoi canti in quel periodo sono mesti e sommessi, sembrano nascere da sussulti solo personali, ma, fra le righe, vi si può scoprire la partecipazione al dolore di tutto il suo popolo.

Ghiannis Ritsos dedica ad un giovane autista di piazza, Afxendiu, che, nella lotta di liberazione della sua patria Cipro, resisté agli Inglesi per dieci ore, in una buca, sfidando il nemico ad andarlo a prendere. La poesia ricorda un momento importante della sua vita, quello in cui il patriota comprese che ognuno deve sostenere la sua parte di lotta e che non c’è libertà per nessuno, se non c’è libertà per tutti.

La poesia africana

La storia della civiltà africana si è maturata nel dolore: la schiavitù, il senso di esilio e di isolamento hanno dato voce a volte di alto valore lirico alla poesia dell’Africa come nelle parole di David Diop.

L’africano d’oggi, maturato nella coscienza dei suoi diritti, non si auto commisera per il colore della pelle e per le mortificazioni subite, ma si proclama fiero della sua razza e del mistero in essa racchiuso, cupo e insieme luminoso come la notte; Bernard Dadiè, Martial Sinda, Aimé Césaire, Dennis Chukude Osadebay, Sedar Senghor, Michel Dei-Anang, Viriato Da Cruz.

Nelle parole di Guy Tirolien la preghiera che il ragazzo africano rivolge a Dio, perché lo liberi dalla scuola che per lui è una condanna, sembra ingenua. Invece è carica di tutta la enorme sofferenza che pesa da secoli su una razza cui mai è stato concesso di scegliere, ma sempre di subire. Ora, attraverso la voce accorata del ragazzo essa esprime la stanchezza del suo ubbidire e del suo soffrire, e il rifiuto di una civiltà che le viene imposta e non le appartiene.La giovane Africa esprime nel canto del suo poeta la volontà di essere se stessa e di salvare il suo amore per la natura e il suo patrimonio di tradizioni.

La poesia asiatica

Anche nella poesia asiatica moderna sentiamo risuonare l’antico lamento contro le piaghe della guerra e prorompere l’eterno a implorazione alla pace, ma una pace nella libertà e nella giustizia; Ho Chi Min, Sotha Rust-Veli. Fra i temi ricorrenti nella poesia orientale, troviamo la rappresentazione del paesaggio, l’osservazione delle stagioni, la ricerca dell’anima della natura; Sosei Hoshi, Motoori Norimaga, Hakusu Kitahara, Bashò Matsuo.
Di Confucio, sono proverbiali le sentenze. Il senso dell’umorismo è evidente negli appunti poetici di Sei Shonagon. Anche la poesia cinese, come quella giapponese, ha lontane tradizioni; Lu Yun, Yang Ti, Yu Ce-Nan. Alla poesia delicata ma individualistica e stereotipata degli antichi, fanno riscontro i versi rivoluzionari , come quelli di Mao-Tse Tung, un poeta divenuto, attraverso l’azione politica, il capo morale della nuova Cina.

La poesia nord-americana

La letteratura nordamericana, o, per essere più precisi, statunitense, rispecchia i contrasti e i fermenti di una società giovane e composita e riassume ed interpreta la storia avventurosa e contraddittoria di un Paese che è nato, si è consolidato ed è balzato alla guida del mondo in un giro rapidissimo di anni. La poesia statunitense, nata di recente per evidenti motivi storici, è cresciuta col complesso di inferiorità rispetto alla madre europea, di cui aveva ereditato la lingua e le tradizioni, finché, grazie alla vitalità della sua natura e alle spinte formatesi nel suo interno, ha spezzato i vincoli di sudditanza e ha proceduto con piena autonomia. Il gusto dell’avventura e l’ottimismo di una società in rapida crescita hanno dato vita ad una letteratura epica che ha avuto nelle imprese dei pionieri il suo tema favorito. La società americana si è sviluppata su radici religiose, che poi si sono mescolate con la baldanza e l completa disponibilità dei cercatori di terre e d’oro, con le frustrazioni

Walt Whitman e Carl Sandburg vedono l’America come un immenso coro di lavoratori. In ogni voce che si alza c’è la serena forza di chi sa di esercitare la sua missione di uomo per sé e per gli altri. Il poeta Thomas S. Eliot ferma il suo sguardo su questa moltitudine anonima, che popola i volti informi della metropoli. Dentro al poeta Ezra Pound risuona una voce che lo invita alla poesia, una musica imperiosa che ora prende la figura di folletti, ora di fogli, che gli volteggiano intorno imponendogli di cantare. Canti di protesta nel pensiero di Claude Mc Kay.
Un appello all’amore e alla giustizia si alza dai giovani che cercano nuove vie per rivendicare alla loro generazione il diritto alla pace e alla felicità; invece delle armi, fiori e chitarre, canta Joan Baez.

La poesia sud-americana

La letteratura sudamericana ha fortemente risentito degli eventi storici che hanno interessato il continente. Colonizzate dagli spagnoli e dai portoghesi, le popolazioni indigene sono state spogliate non solo del potere politico ed economico e della loro libertà, ma della loro religione, del sistema giuridico, delle arti, delle tecniche agricole e industriali del costume in senso pieno. Civiltà nobili e prestigiose come quella Maya, Quichè, Azteca, Quechua e Inca, sono state distrutte. Le lingue native sono state soppiantate dalle lingue dei colonizzatori e ne restano solo esigue testimonianze, salvate grazie alla vastità del territorio che ha impedito la totale penetrazione degli invasori.
L’influenza spagnola ha quindi dominato e domina tuttora ogni espressione artistica, in questo continente.
Nella prima metà del secolo XX, l’esempio dell’indipendenza degli Stati Uniti, della rivoluzione francese e il tramonto dell’impero spagnolo favorirono le esigenze di libertà dei paesi sudamericani. Questi, dal 1800 al 1821, conquistarono la loro indipendenza politica dalla Spagna e dal Portogallo ma si sottrassero alla loro influenza culturale: tuttora la cultura del Sudamerica e chiamata ispanoamericana e risulta dalla fusione di elementi europei con le profonde radici indigene sopravvissute e ricuperate.
I poeti sentivano tuttavia la necessità di riscoprire la propria terra nel suo paesaggio elementare, nelle sue tradizioni antiche e nel bisogno presente di riprendersi la propria libertà e i consumi autentici della razza. Cosicché, fin dal suo nascere, la poesia, anzi tutta la letteratura sudamericana è da considerarsi “impegnata”, perché legata alla rinascita nazionale e alla trasformazione politica e sociale del Paese. In questo secolo la situazione storico-politica del Sudamerica si è ulteriormente complicata:le ideologie europee vi hanno trovato un terreno di lotta:le idee socialiste si sono diffuse, favorite dai forti squilibri economico sociali: le avventure dittatoriali sono state incoraggiate dall’instabilità politica. I poeti oggi riuniscono in un unico discorso le ragioni diverse delle attuali battaglie, politiche, economiche, culturali, contro i padroni esterni ed interni, vecchi e nuovi.

La cultura azteca si sviluppò dal secolo X al secolo XVI, quando fu annientata dalla invasione di Cortés. Essa aveva le sue radici nella religione, una religione disperata che portava l’uomo a tendere verso gli dei in uno sforzo inutile, dal quale ripiombava nello sconforto e nel terrore della sua impotenza. Per questo la poesia,, che è nata dalla religione, ha sempre toni disperati, se non quando è inno propiziatorio alle divinità. La lingua nàuati, agglutinante, ricchissima di sfumature, era uno strumento duttile e perfetto per l’espressione completa del pensiero. La stessa disperazione vibra nella poesia moderna, ma è provocata da altre cause: prima, la dominazione straniera, spagnola o portoghese o francese che fosse, oggi la convinzione che guerre e rivoluzioni non sono bastate a dare al popolo la libertà e l’indipendenza. Pesano oggi altre complesse prigionie, dalle quali è forse più difficile liberarsi.
La poesia popolare, raccolta da Nicolas Guillén nella tradizione cubana, tradizione molto suggestiva, è sorta nelle Antille dalla fusione degli elementi importati dall’Africa nei secoli XVI e XVII, con quelli di lingua spagnola provenienti dai conquistadores europei. Sono canti, quasi sempre di danza che si accompagnavano con strumenti a corda; lo si riscontra chiaramente dai ritmi e ritornelli che seguono il rito magico dell’uccisione della serpe. Macchu Picchu è l’antica sede della civiltà degli Incas, la città delle torri, simbolo della grandezza che è all’origine della storia sudamericana. Pablo Neruda ne è affascinato e sgomento e prende avvio da queste emozioni per iniziare un canto epico sul mondo americano, che ancora aspetta di rivendicare il suo posto nella civiltà. Simon Bolivar (1783-1830), detto il Libertador, è il più famoso patriota sudamericano. Egli diede l’indipendenza al Venezuela, tentò la fusione fra gli intellettuali rivoluzionari e i campesinos ebbe, in anticipo sui tempi, l’intuizione di un solo movimento di liberazione e di unificazione federale dell’America Latina. Ottenne folgoranti vittorie che fecero di lui il più popolare eroe della libertà americana, tanto che il suo nome fu dato a monti, a fiumi, a città. Neruda sente l’attualità di questa figura di liberatore, la cui azione, fraintesa e frustrata dai successivi eventi, resta tuttora il simbolo della libertà da riconquistare. Il poeta antillano Aimé Césaire non si abbandona alla rassegnazione, ma trasforma la carica di millenaria disperazione in carica aggressiva ed urla con parole brucianti la sua protesta con “l’esclusione” che il mondo dei bianchi ha imposto ai neri. La poesia di Césaire ha una vastissima gamma di toni, dai più dolci ai più aspri e duri. In questa, egli esalta un eroe nero, Toussaint-Louverture, capo della rivolta di Haiti.