I disegni, "d'après Edouard Aubert",
che la giovane artista Lorena Isabellon
ci propone, sono in una veste tipograficamente squisita
- una finestra che s'apre su di una valle incontaminata,
ove natura e lavoro umano hanno compiuto in simbiosi il
miracolo dell'armonia: come appunto si legge in queste opere,
all'interno delle quali alcuna prevaricazione, alcuna violenza
hanno potuto snaturare una simile titanica chiostra montana.
La Thuile ne è un esempio. Esso mette in
evidenza non soltanto le capacità dell'artista di
cogliere gli aspetti paesaggistici, nella loro euritmia,
in rapporto alle leggi di questo preciso ambito, ma anche
la sua felice intuizione di escludere le immagini dal contesto,
evitando in tal modo i limiti derivanti da una inevitabile
collocazione storica dell'insieme.
Una diversa impostazione avrebbe potuto nuocere alla libertà
dello spettatore, privandolo del piacere di potersi inoltrare
in quei luoghi, in perfetta solitudine, magari su per una
strada che conduca al Chateau de Sarre, tra rocce
incombenti da un lato, e un idillico declivio arboreo, che
scende ad incontrar la "cerulea" Dora più
in basso.
Momenti incantevoli sono quelli che s'aprono verso il Chateau
de Nus. Ora, lasciando per un momento da parte la radice
Aubertiana di Lorena Isabellon, saremmo
tentati, in ambito espressivo, di ravvisarvi un codice estetico
veneto, di cinquecentesca memoria.
Proseguendo il cammino, eccoci a Gressoney-Saint-Jean
et le Mont-Rose. E' un susseguirsi di crinali montuosi,
che scendono a valle ad incontrar l'opera dell'uomo e a
raccontar di tempi trascorsi, specchiandosi nel Lys, che
scorre a lato di una strada; un ponte di romana memoria
ne nasconde il seguito.
Dopo tanto salir tra monti di ferrigno aspetto, un poco
stanchi e desiderosi di trovar ristoro e appagamento a nostri
aneliti, ecco innanzi a noi l'Hospice du Grand-Saint-Bernard,
incastonato tra cime innevate con, più in basso,
uno specchio d'acque tranquille: visione dolce e silente
che ritempra lo spirito portandovi la quiete.
Delicata e sensibile, la resa grafica di queso brano paesistico,
in perfetta sintonia con siffatto clima.
Saint-Vincent è un frutto d'amore che la
Isabellon porta probabilmente nel cuore.
Qui, poesia e potenza espressiva si sono date convegno e
il risultato è quello di una "poetica"
che si impone autonomamente e non ci fa rimpiangere l'assenza
del colore.
Acqueduc de Pondel. L'arco d'un ponte, di massiccio
aspetto, ci permette di cogliere piani arretrati del paesaggio,
aventi un linguaggio espressivo tanto simile a quello delle
rocce che premono ambo i lati, sì che il pensier
corre al Montagna per quel suo San Gerolamo sotto l'arco,
del Gabinetto di disegni e stampe della Galleria degli Uffizi
a Firenze, ove egli esprime, sia pure con maggio forza,
un andamento segnico un poco simile a quanto ci è
dinanzi e fa quasi immaginar che avrebbe potuto, un dì,
trovarsi qui a giocar con questi sassi.
Liverogne. E', in un certo senso, un presepe napoletano.
Una chiesetta in alto, col suo slanciato campanile, che
riceve da ambo i lati la spinta dei crinali montuosi a lui
contigui; s'intravedono ponticelli e casette con fienili,
e una roggia montana che scende a cascata tra lignei congegni,
ruote, forse di mulino. Vi è materia anche per un
sentire quasi d'oltralpe; un fitto narrar di vita greste
caro ai post-caravaggeschi e alla cosiddetta "pittura
di genere", fino a certa grafica italiana dei primi
decenni del '900, da Dante Broglio a Ettore Faggioli.
Concludendo, Lorena Isabellon può
considerarsi soddisfatta d'averci permesso questo viaggio
virtuale nella pittoresca Valle d'Aosta, che certo ha nel
cuore, e che ha saputo così eloquemente mediare dall'opera
grafica di Edouard Aubert.
Prof. Federico BELLOMI
Pittore e Scultore, Accademico dell'Accademia di Belle
Arti G.B.
Cignaroli di Verona (Cattedra di Pittura dal 1973 al 2000)